Il leader perfetto? Si comporta come gli animali
In uno studio pubblicato sulla rivista Trends in Ecology & Evolution, un'équipe di scienziati si è interrogata sulla natura della leadership e sulle somiglianze tra esseri umani e non umani. Ecco cosa ha scoperto.
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La scienza si interroga da tempo su quali siano le caratteristiche del leader perfetto, quelle che fanno la differenza tra vasi di terracotta e vasi di ferro di manzoniana memoria.

Un puzzle cui i ricercatori del National Institute for Mathematical and Biological Synthesis hanno appena aggiunto un importante tassello: in uno studio pubblicato sulla rivista Trends in Ecology & Evolution, infatti, gli scienziati hanno discusso, analizzando le dinamiche sociali di diverse specie animali (tra cui, per esempio, elefanti, primati ed esseri umani), la natura della leadership, cercando di identificarne e quantificarne i tratti peculiari.

«Mentre i lavori precedenti partivano, di solito, con la premessa che la leadership negli esseri umani fosse qualcosa di intrinsecamente diverso, o più complesso, rispetto che negli altri mammiferi, noi abbiamo deciso di trascurare questa assunzione.

Approcciando il problema senza questo pregiudizio e sviluppando un metodo di misura per comparare specie diverse, abbiamo scoperto che, in realtà, ci sono molte più analogie di quanto non si pensasse», spiega Jennifer Smith del Mills College di Oakland, in California, una degli autori del lavoro.

In effetti, fa notare ancora Smith, gli esempi di leadership e cooperazione nel regno animale non mancano: gli scimpanzé viaggiano insieme, le scimmie cappuccino cooperano nei combattimenti, le iene maculate cacciano a branchi, ma le modalità con cui i leader di ciascun gruppo promuovono e coordinano tali azioni collettive non sono ancora state del tutto chiarite, così come le analogie con il comportamento dei leader di piccole comunità di esseri umani.

Per comprenderlo, l’équipe, composta di biologi, antropologi, matematici e psicologi, ha studiato le dinamiche della leadership in quattro scenari specifici (movimento, acquisizione del cibo, mediazione dei conflitti all’interno del gruppo e interazioni sociali) classificando l’attitudine al comando secondo diversi parametri, come modalità di conseguimento (leadership ereditata o acquisita), forza fisica, vantaggio dal rivestire tale posizione e così via.

Un’analisi che ha portato gli esperti a concludere che la leadership, in generale, va di pari passo con l’acquisizione di maggiore esperienza, sia nelle specie non-umane che negli esseri umani.

E in entrambi i casi ci sono delle eccezioni: nei branchi di iene maculate e nella comunità dei Nootka, una tribù di nativi canadesi che vive nella costa occidentale del Nord America, lo scettro del leader passa naturalmente di padre in figlio, anziché essere il riconoscimento attribuito all’individuo con più esperienza.

Secondo Smith, tali analogie riflettono probabilmente una serie di meccanismi cognitivi condivisi, relativi a dominanza, subordinazione, formazione di gruppi sociali e processi decisionali.

Le differenze tra umani e non umani si potrebbero spiegare, invece, tenendo conto di fattori culturali più complessi e propri soltanto della nostra specie, come la tendenza degli individui ad assumere ruoli specializzati all’interno del gruppo sociale di appartenenza.

«Anche nelle società umane meno complesse», continua Smith, «l’insieme delle possibili azioni collettive è molto più ampio e variegato rispetto a qualsiasi altra specie di mammiferi», un fenomeno che renderebbe più eterogenea la natura della leadership umana.

I ricercatori, ora, hanno in mente di raffinare l’analisi quantitativa, ampliando gli scenari e introducendo altri parametri per valutare la leadership. Un lavoro che, presumibilmente, richiederà ancora parecchio tempo.

«Abbiamo molto da imparare», conclude la scienziata. «Siamo solo alla superficie. La natura della leadership, e le analogie e le differenze tra specie umane e non umane, è ancora, in buona parte, da scoprire».

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