Crani umani allungati: possibili prove di una perduta stirpe umana? Oppure di qualcun altro?
Esiste una curiosa usanza che sembra accomunare culture distanti nel tempio e nello spazio: la pratica dell'allungamento del cranio. Perchè le culture precolombiane del centro america e quella egizia condividono questa stessa tradizione? Sembra chiaro che questa curiosa tradizione è stata molto importante per i nostri antenati, tanto da tramandarla fino all’epoca moderna. In un articolo interessante, Brien Foerster cerca nuove risposte ad un enigma che affonda le radici nella notte dei tempi.

A poche ore d’auto a sud di Lima, in Perù, si trova la penisola di Paracas, di cui parte è diventata una riserva ecologica dove è possibile vedere animali selvatici come i leoni marini, e una miriade di specie di uccelli marini.

La zona è incredibilmente ricca di frutti di mare e c’è abbondante acqua fresca appena sotto la superficie delle sabbie del deserto, aspetto che la rende particolarmente adatta per l’irrigazione agricola.

Tutte queste caratteristiche ne fanno un luogo molto vivibile per gli insediamenti umani. Infatti, numerosi strumenti in pietra databili a circa 8 mila anni fa sono stati rinvenuti nella zona.

Uno dei maggiori archeologi peruviani che ha studiato il sito è Julio Tello, che nel 1928 ha eseguito diversi scavi nell’area settentrionale della penisola. Il suo lavoro consentì la scoperta di un grande ed elaborato cimitero, nel quale ogni tomba conteneva intere famiglie mummificate, ogni membro delle quali era avvolto in ricche stoffe di cotone altamente stilizzate. Tello portò alla luce anche i resti di diverse abitazioni sotterranee, rivelatesi poi così numerose da estendere il villaggio per quasi 2 chilometri sulla costa.

Ma i reperti più interessati furono i teschi, alcuni dei quali enormemente allungati. Il nome scientifico di tale caratteristica è dolicocefalia. La maggior parte dei crani che presenta questa condizione, che è possibile riscontrare in diverse parti del mondo, è stata ottenuta attraverso una pratica descritta in precedente articolo e che ne determina la deformazione.

Esempi di questa tecnica, di cui si hanno notizie recenti anche su bambini del Congo e dell’Isola di Venatu, sono state osservati nell’antico Egitto, in Sudan, Iraq, Siria, Russia, Isola di Malta, ma anche in luoghi come il Perù e la Bolivia, e addirittura tra gli antichi Olmechi del Messico.

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Come spiega Brien Foerster nell’articolo pubblicato dal Ancient Origins, la caratteristica di questa tecnica è quella di cambiare la forma del cranio modificandone la struttura ossea, ma non il volume effettivo. Tuttavia, Tello rinvenne circa 300 teschi che presentavano un volume cranico maggiore rispetto al normale, fino al 25 per cento in più. Come è possibile?

E’ evidente che ci si trova di fronte a due tecniche di allungamento differenti: una ottenuta per via meccanica, applicando un condizionamento alla crescita del cranio duttile di un neonato, e una ottenuta per via genetica. Come spiegare le dimensioni maggiorate dei teschi di Paracas? Qualcuno ha ipotizzato che si tratti di idrocefalia, o di qualche altra condizione clinica.

L’ipotesi è del tutto inaccettabile secondo Foerster, dato che l’idrocefalia tende a espandere il cranio in maniera uniforme, rendendolo più sferico che allungato. Inoltre, l’elevato numero di teschi sfida ogni ragionevole statistica sulla frequenza di tale disturbo. Inoltre, i teschi di Paracas, in media, pesano il 60 per cento in più dei teschi umani contemporanei provenienti dalla stessa zona.

Tello riteneva che i Paracas fossero legati al popolo della cultura Chavin, lo stesso che ha realizzato il famoso sito megalitico di Chavin de Huantar, basando la sua supposizione sulle somiglianze nei disegni e nei motivi decorativi della ceramica, in particolare nelle figure dei felini.

Tuttavia, Brien Foerster, che studia da anni queste antiche popolazioni, presentando i suoi risultati sul sito hiddenincatours.com, sottolinea che nessun cranio allungato è mai stato trovato nella zona in cui i Chavin vivevano, a nord di Lima e che quindi i Paracas non possono essere con essi imparentati.

Ma dal momento che Tello era considerato uno dei massimi esperti in Perù, quando datò la cultura Chavin collocando la sua esistenza tra il 900 e il 200 a.C., e applicò la stessa cronologia alla cultura Paracas ponendola tra il 700 a.C. e il 100 a.C, nessuno mai ha avuto l’interesse e il coraggio di confutare la linea temporale proposta dal famoso archeologo, almeno fino ad ora.

Un test del DNA eseguito nel 2010 da un team tedesco su alcuni teschi, indicano definitivamente che i Chavin e Paracas non erano geneticamente correlati. Anzi, i Paracas non sembrano imparentati con nessun altra popolazione passata esistita in Perù.

Dato che non sono stati ritrovati crani allungati nelle zone occupate dalla cultura Chavin e che il test del DNA sembra confermare che Paracas e Chavin non sono correlati geneticamente, Foerster ipotizza che i Paracas siano i discendenti di una cultura precedente, molto più antica, dalla quale avrebbero ereditato la tecnica di allungamento del cranio.

Come hanno rivelato alcuni ritrovamenti recenti, la popolazione Paracas sembra aver occupato l’area di Nazca prima dell’arrivo delle popolazioni tribali, e potrebbero essere stati i creatori dei famosi geoglifi (Linee di Nazca) della pianura di Nazca. A sostegno di questa tesi ci sarebbe l’enigmatico Candelabro delle Ande (anche conosciuto come il Candelabro di Paracas), un gigantesco geroglifo (183 metri di altezza e più di 100 di larghezza) realizzato sul pendio di una grande collina nella parte settentrionale della penisola, ottenuto asportando lo strato più superficiale del terreno per 50-60 centimetri.

Il mistero sull’origine e sullo scopo del manufatto è ancora da svelare, non essendo chiara neanche la sua antichità. Sono in molti a ritenere che il geoglifo sia da porre in relazione con le vicine Linee di Nazca, spesso interpretate come segnali di antichissime “piste di atterraggio” per misteriosi mezzi volanti di origine forse aliena. Se così fosse, il Candelabro, orientato verso Nord-Ovest, avrebbe avuto la funzione di indicatore di direzione per i mezzi volanti.

Altri ricercatori, invece, lo considerarlo un antico simbolo dei Cabeza Larga (Testa Larga), la misteriosa popolazione scoperta sulla penisola di Paracas nel 1960 da Frédéric Engel e che risalirebbe al Periodo Arcaico Andino, circa 3 mila a.C. In tal caso il Candelabro sarebbe la testimonianza delle scomparse e poco conosciute culture sviluppatesi oltre 5 mila anni fa in America centrale.

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Ad avvalorare l’antichità della cultura Paracas, ci sarebbe lo sconcertante legame con le usanze dell’antico Egitto. Quando il faraone Akhenaton salì al potere, intorno al 1350 a.C., numerose effige lo ritraggono con un’evidente allungamento del teschio. La stessa consorte Nefertiti è raffigurata con la stessa deformazione cranica.

E’ possibile che la cultura Paracas e la cultura Egizia siano le dirette discendenti di un’unica cultura arcaica caratterizzata dal pronunciato allungamento del cranio? In alcune culture si tramanda che la pratica della deformazione cranica sia stata comandata dagli dèi discesi in antichità sulla Terra. Un’antica tradizione polinesiana ci informa chiaramente che questa pratica è stata insegnata loro da un gruppo di persone dalla pelle chiara la cui casa era nel cielo.

In America Centrale ci sono racconti analoghi, secondo i quali gli dèi discesi dal cielo comandarono questa pratica agli antenati dei nativi americani. In Perù si tramanda che il dio Manco Capac ordinò di praticare le deformazioni in modo che i loro figli sarebbero stati deboli, sottomessi e obbedienti. Comunque, sembra chiaro che questa curiosa tradizione è stata molto importante per i nostri antenati, tanto da tramandarla fino all’epoca moderna, perdendone, tuttavia, il significato originario.

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