Nuove importanti scoperte nel sito di Karkemish, la città del 3° millennio a.C.
È considerata come la Pompei d'oriente: una campagna di scavi condotta da un gruppo di ricercatori italiani nal sito dell'antichissima città di Karkemish rivela nuove importanti scoperte.

[Onu Italia] Muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi risalenti al 900 a.C.: è un tesoro inestimabile quello venuto alla luce a Karkemish, sito archeologico nella Turchia sud-orientale al confine con la Siria, e dal fronte del conflitto con l’Isis, dove dal 2011 e’ all’opera una missione congiunta italo-turca.

“Scoperte così’ non se ne facevano da 50 anni”, sottolinea Nicolò Marchetti, direttore della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Bologna e responsabile della missione, che, insieme al sindaco di Gaziantep, Fatma Sahin, e ad Hasan Peker, docente dell’Università di Istanbul, ha presentato alla stampa gli straordinari risultati della campagna di scavo.

Da oltre 10 anni impegnato a scavare nel sud-est del Paese, Marchetti racconta di un “sito leggendario”, dove ha lavorato anche Lawrence d’Arabia, “posto a cavallo dei due Paesi, 55 ettari in Turchia e 35 in Siria, con la ferrovia e il reticolato del confine che tagliano in due la città antica”.

Con i suoi 90 ettari di superficie, vicino alla frontiera turco-siriana, sulla sponda ovest dell’Eufrate, Karkemish è molto più di un semplice sito archeologico.

A pieno titolo uno dei luoghi mitici dell’archeologia orientale. Identificato dall’assiriologo inglese G. Smith nel 1876, venne indagato tra il 1911 e il 1914 da una missione del Museo Britannico di Londra, condotta da Leonard Woolley e Thomas Lawrence.

Rimasto a lungo inaccessibile perché divenuto installazione militare e poi addirittura minato, a partire dal 1956, il sito, sminato nell’anno trascorso, stato restituito alla ricerca e alla fruizione da una decisione delle Autorità culturali della Repubblica Turca.

“Una scoperta sensazionale, eravamo emozionati”, afferma parlando di “muri scolpiti, bassorilievi, sculture, fregi del 900 a.C”. Dal punto di vista operativo è un “paradiso, anche se il nostro isolamento è presto destinato a finire”, aggiunge l’archeologo, svelando gli ambiziosi piani futuri per l’area, con la creazione di un parco archeologico.

Karkemish

well-preserved-relief-from-KarkemishKarkemish è un’antica città sul medio Eufrate. Il sito è stato abitato sin dal Neolitico.

La città è menzionata in documenti ritrovati negli archivi di Ebla del III millennio a.C. Da alcune tavolette trovate negli archivi di Mari ed Alalakh, risalenti circa al 1800 a.C., sappiamo che Karkemiš era governata da un re di nome Aplahanda ed era un importante centro per il commercio del legname.

A partire dagli anni della seconda campagna mitannica, l’imperatore ittita Suppiluliuma I la conquistò e vi intronizzò il figlio Piyassili (nome dinastico Sharri-Kushuh).

Il momento di splendore che la città dovette conoscere nei due secoli finali dell’impero ittita (Bronzo Tardo) non ha lasciato tracce sino a noi: gli spettacolari ritrovamenti archeologici sono infatti esclusivamente relativi all’età del ferro, quando Karkemiš divenne un importantissimo stato neo-hittita.

Nel corso del I millennio a.C. il sito conobbe infatti una grandissima fioritura: abbiamo moltissime iscrizioni geroglifiche su stele o su ortostato, nonché una sorprendente serie di rilievi, in prevalenza risalenti agli anni della dinastia dei Suhidi (X secolo a.C.) e a quelli della casata di Astiru (fine IX-VIII secolo a.C.).

Karkemiš divenne una provincia assira, dopo la conquista da parte di Sargon II nell’anno 717 a.C. In seguito divenne parte dell’impero neobabilonese e poi di quello persiano, prima di ricevere il nuovo nome di Europos in epoca ellenistica, restando continuativamente occupata fino al primo periodo islamico.

Fonte: Wikipedia

Il nuovo progetto di ricerca intende riportare alla luce fondamentali monumenti della grande città neo-ittita degli inizi del I millennio ed impostare uno studio sui sottostanti resti dell’importante centro urbano del millennio precedente.

Le nuove indagini archeologiche hanno proprio questa, più che legittima, ambizione. Di passare dalla fase romana a quella assira e poi a quella primitiva. Di scendere al di sotto del lastricato delle vie romane sulle quali si può ancora transitare e delle fondazioni degli edifici differenti che vi affacciano.

La fase finale prevede la creazione di un Parco archeologico che dovrà andarsi ad integrare con il Parco ambientale dell’area dell’Eufrate. Un progetto già in fase avanzata in cui Marchetti crede molto: “Vogliamo che questa regione abbia uno sviluppo economico dal turismo, ci sembra giusto ed etico”, afferma il docente italiano.

In questa, come in altre situazioni, fondamentali si sono rivelate le aziende italiane che da anni collaborano con la missione, come la Mapei, la Abet Laminati e la Ceia. “L’apertura e’ prevista per la fine di maggio 2015” conclude Marchetti, cogliendo l’occasione per lanciare un appello a favore delle missioni archeologiche, la cui sopravvivenza è a rischio per la completa chiusura dei finanziamenti da parte del ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca.

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Come dimostra il sito di Karkemish, fonte di preziose scoperte ma anche di impulso economico per l’area, “le missioni sono cooperazione, amicizia, prestigio, formazione: chiuderle è una follia”, conclude Marchetti.

Così mentre molti siti italiani sopravvivono appena, distrutti pian piano nella quasi totale indifferenza, mentre schiere di archeologi, giovani e meno giovani, stanchi dell’incertezza quotidiana provano a cambiare mestiere, entrambe storie di calpestata dignità, un racconto che finalmente ci inorgoglisce.

Grazie a un team emiliano che ha ripreso gli scavi e l’ha tolta dall’oblio, Karkemish può rinascere. Gli italiani da export continuano a “funzionare”.

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