Propositi per l’Anno Nuovo: ecco perché non li mettiamo in pratica
Le cinque ragioni che “fiaccano” le migliori intenzioni. A farci scoraggiare sono spesso l’idea di una ricompensa troppo lontana o un insuccesso precedente.
Cat: Misteri |

[La Stampa] Ci risiamo, con la neve è puntualmente arrivata la stagione dei bilanci.

La tanto celebrata fine dell’anno porta con sé anche la voglia di cambiamento, che si manifesta spesso con la stesura di un’insidiosa lista di buoni propositi per il Nuovo Anno, così facili da pensare, molto meno da mantenere.

Gli animi più sensibili tentano di riscoprire e rivalutare comportamenti e abitudini positive. Una serie di intenzioni costruttive vengono annoverate nella nostra mente e, per alcuni, addirittura vergate su carta per essere sicuri di metterle in pratica.

In genere, quanto speriamo di realizzare nel nuovo anno riguarda l’adozione di uno stile di vita più sano, che preveda più attività fisica e meno cibo, meno alcol e zero sigarette, ma anche spendere meno e risparmiare di più, oltre a dedicare più tempo agli altri.

Si tratta per lo più di risultati che richiedono un duro lavoro come ogni obiettivo di lungo termine, e che in parte possono dipendere da fattori esterni alla nostra volontà. E proprio questi aspetti sono alla base del nostro sistematico insuccesso nel metterli in pratica.

Scienziati cognitivi e neuro-economisti hanno provato a capire le ragioni di tutto ciò e a stilare un elenco della principali cause di «fallimento».

 

La ricompensa è troppo lontana: inutile sacrificarsi

Le prime difficoltà sono imputabili alla nostra naturale tendenza a procrastinare, che ci fa preferire un minimo guadagno ora, piuttosto che un grande successo, ma incerto e da riscuotere più in là nel tempo.

La vaghezza del futuro è, infatti, un fattore importante. E’ ormai arcinoto l’esperimento delle mashmallows (le caramelle americane che hanno l’aspetto di batuffoli di ovatta colorata), nel quale si misurava la capacità dei bambini di resistere alla tentazione di mangiare una caramella subito, con la promessa di poterne avere due al termine del tempo d’attesa.

A conferma della difficoltà di differire la gratificazione, dei 600 partecipanti all’esperimento solo un terzo riuscì ad aspettare il tempo sufficiente per vedere raddoppiare le caramelle. Inoltre, si è visto che rendendo la ricompensa immediata più astratta – nascondendo la caramella o fornendone solo una foto – essa diventa meno attraente, rendendo più semplice trattenersi.

L’attesa è per i bambini tanto faticosa quanto per noi il lavoro necessario agli obiettivi che, ne siamo convinti, ci daranno la felicità nell’anno a venire. Non c’è nulla di immediato nel raggiungimento di una buona forma fisica, che al contrario richiede tempo e fatica.

E proprio l’incapacità di attendere una ricompensa troppo posticipata ci fa propendere per mangiare quella pizza che ci procura, invece, tanta soddisfazione.

 

Non calcoliamo la gravità delle conseguenze

Come mai, nonostante le nostre migliori intenzioni, non ce la facciamo ad attenerci ai buoni propositi? Alla base di ciò vi sarebbero delle ragioni evolutive, come ha ben spiegato il premio Nobel per l’economia Eric Maskin, che vede in questo un tentativo di massimizzare il guadagno.

Oggi sappiamo che la tendenza a rimandare – come avviene d’altra parte in moltissimi processi decisionali – è influenzata dai meccanismi che modulano il nostro senso di frustrazione per quanto non va per il verso giusto e di appagamento per quanto invece va a buon fine, come confermano i sempre più numerosi studi condotti su uomini e primati.

La realtà è che falliamo sistematicamente nel predire come ci sentiremo in futuro, di fronte ad esempio al nostro fallimento nel dimagrire. Sottostimiamo l’effetto delle conseguenze delle nostre scelte impulsive.

 

Diamo libero sfogo all’impulsività

Cosa ci porta a decidere in un senso oppure in un altro? Perché c’è chi si attiene scrupolosamente a quanto stabilito e chi invece abbandona quasi subito?

Sono molte le differenze individuali nella valutazione del valore di una ricompensa e le basi neurochimiche di queste preferenze sono ancora sotto esame, per quanto sia ormai chiaro il ruolo fondamentale dei lobi frontali nella nostra capacità di ritardare la risposta ad un impulso, condizione alla base dell’esercizio del libero arbitrio.

I neuroeconomisti stanno cercando di capire che cosa scatta nel cervello di chi – incapace di resistere ad una ricompensa immediata – agisce sempre d’impulso. In costoro, al momento di decidere tra un uovo oggi o una gallina domani, si vede una maggior attivazione dello striato, area cerebrale che rappresenta quanto ci piace una ricompensa.

E quando la decisione è già stata presa? L’idea di osservare non tanto il cervello durante il processo decisionale, quanto piuttosto che cosa passi per la mente di chi ha già preso una decisione ed è in attesa di ricevere la ricompensa, è venuta ai ricercatori della Washington University a St. Louis.

Ebbene, nei soggetti più pazienti ci sono delle attivazioni maggiori nelle aree della corteccia prefrontale anteriore, quelle coinvolte nel pensiero del futuro, come se costoro dedicassero più energia ad immaginare la ricompensa futura.

 

Alleniamo poco l’autocontrollo

Se la nostra battaglia è contro quell’impulso che non riusciamo ad ignorare e che ci spinge ad afferrare l’aperitivo o la fetta di torta, ecco che numerosi studi hanno dimostrato che l’autocontrollo è una capacità che si può allenare e in modo non specifico. In altre parole, l’acquisizione di un maggior autocontrollo in un certo settore può trasferirsi anche ad altri ambiti.

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Gli insuccessi ci scoraggiano

Più consapevoli di un tempo dei meccanismi in atto nella nostra mente, sembriamo quindi ben equipaggiati per raggiungere i nostri obiettivi. Ma come non farsi scoraggiare dagli insuccessi? Secondo ricercatori della Rutger University, la propensione a riprovarci una seconda volta è maggiore in chi ha avuto la sensazione di avere il controllo delle proprie azioni, per quanto fallimentari.

Tenderà a perseverare anche chi ha sperimentato una maggior frustrazione dal proprio insuccesso. Riprendersi è, dunque, una questione di attitudine mentale nei confronti dei propri tentativi e delle emozioni negative che ne sono derivate.

Dopotutto, la crescita personale è un processo di cambiamento costante e continuo. Non andrebbe tuttavia dimenticato che, per gli impulsivi che sistematicamente agiscono cedendo alle tentazioni a scapito dei loro bisogni futuri, le conseguenze sulla salute possono essere importanti. La partita è tra noi stessi oggi e noi stessi nel futuro.

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