Mondiali di calcio in Brasile: il divertimento dei ricchi è più importante della vita dei poveri
L'organizzazione per i Mondiali di Calcio 2014 che si terranno in Brasile non guarda in faccia a nessuno: nella logica di nascondere la polvere sotto il tappeto, il governo brasiliano decide lo sgombero forzato dei residenti della favela Metro/Mangueira. Inoltre, episodi di violenza si registrano nella baraccopoli di Pavão-Pavãozinho, dove i residenti non si rassegnano a che si spengano le luci sulla comunità al centro di scontri a seguito dell’uccisione di due giovani.
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Lo sport del calcio è per definizione un gioco e, in quanto tale, dovrebbe favorire il divertimento, la socializzazione, e la crescita integrale della persona umana.

Tuttavia, guardando quanto sta succedendo in Brasile, la verità sembra tutt’altra: lo sport del calcio deve favorire gli interessi economici dei club, degli sponsor e dei network, anche se ciò significa sacrificare la dignità delle persone, soprattutto delle più povere.

Nella fretta di portare a termine tutte le opere in cantiere prima dell’inizio della Coppa del Mondo di Calcio, il governo carioca si è deciso ad intervenire con risolutezza, sfrattando dalle proprie abitazioni (se così si possono chiamare) quaranta famiglie della favela Metro/Mangueira, a 500metri dallo Stadio Maracanã, nonostante le nuove abitazioni non siano ancora pronte.

Come riporta Il Fatto quotidiano, le famiglie sapevano da mesi che avrebbero dovuto lasciare le loro povere case, dove però continuavano a vivere in attesa dell’assegnazione dell’alloggio popolare dove trasferirsi. I ritardi nella preparazione della città ai mondiali di giugno, però, ha portato la prefettura a imporre l’uscita dalle case nonostante le nuove abitazioni non siano ancora pronte.

E chissà se non siano state le ultime critiche della Fifa sulla lentezza nella preparazione dell’evento, a portare all’intervento urgente. Ma quando i responsabili del municipio di Rio hanno fatto irruzione a sorpresa alle 7 del mattino di martedì, i residenti si sono opposti con veemenza alla possibilità di andare via senza avere prima la garanzia di un tetto sotto il quale andare a vivere.

“Anche se abitiamo in favela non siamo dei vagabondi”, hanno urlato ai microfoni delle emittenti locali. “Non chiediamo nulla. Vogliamo solo una casa dignitosa dove andare, ci dicano prima dove sono le abitazioni poi ce ne andiamo. Siamo persone perbene, lavoratori, non manifestiamo con violenza, vogliamo solo i nostri diritti”.

A denunciare ancora una volta le modalità dell’intervento è stato il deputato dell’assemblea legislativa del municipio di Rio Renato Cinco: “La rimozione e l’espulsione delle famiglie povere uno degli esempi più drammatici dell’impatto che il mondiale sta causando al Paese. Più di 250mila persone sono a rischio o hanno già perso la propria casa in funzione delle opere per il megaevento”.

Caos, proteste e violenza continuano dunque a caratterizzare il processo di avvicinamento a quel mondiale di calcio che nella speranza degli organizzatori avrebbe dovuto proiettare il Brasile nel circolo delle grandi potenze e che invece rischia di farlo retrocedere pericolosamente. I problemi sono tantissimi e oltre a quelli strutturali relativamente allo svolgimento degli incontri, c’è anche quello di ordine pubblico.

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Secondo i residenti della baraccopoli di Pavão-Pavãozinho la pacificazione è messa a dura prova dai gruppi armati (composti da ex poliziotti), che con la scusa di proteggere gli abitanti hanno organizzato un sistema criminale violento. Le manifestazioni non si placano, i residenti della favela Pavão-Pavãozinho non vogliono che si spengano le luci sulla comunità al centro di scontri a seguito dell’uccisione di due giovani.

Gli episodi di violenza venuti alla luce e in grado di far esplodere la rabbia, non sono certo i primi. La favela non vuole chiudersi, chi vive nella comunità vuole che si sappia ciò che accade. I racconti dei residenti muovono tutti nella stessa direzione, e girano intorno alla parola che i cittadini hanno paura anche a nominare: ‘milizia’.

Le milizie sono gruppi organizzati e diretti da appartenenti alle forze di sicurezza: poliziotti, pompieri e agenti penitenziari riformati o anche in servizio. Le milizie operano mantenendo la vigilanza della comunità attraverso la guardia armata, per impedire l’arrivo di trafficanti.

In principio l’intenzione era quello di garantire la sicurezza ‘privata’, ma ben presto i miliziani hanno iniziato a intimidire ed estorcere denaro a cittadini e commercianti, chiedendo soldi come ‘tassa’ per la protezione.

A chi non si piega, violenza, punizioni esemplari e scomparse sospette. In mano a loro il controllo delle attività illegali del territorio, forniture di alcuni servizi ai cittadini, come il trasporto collettivo abusivo, la distribuzione di gas e l’istallazione clandestina di tv via cavo.

Come racconta Il Fatto Quotidiano, nel suo appartamento, lontano da occhi indiscreti, il signor Edison dice: “Non sono gli stessi dell’inizio, sono più anziani, sono quelli della vecchia scuola. Sparano tutti i giorni solo per farci paura”. L’accelerazione nella pacificazione da parte del governo dello Stato ha visto rompere il patto che prevedeva l’utilizzo solo di agenti ‘nuovi’ e formati diversamente a causa della carenza di personale, e questa è una delle cause della crisi.

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