La ‘deportazione’ dei cinesi: il 70% della popolazione vivrà in città
Il piano è non solo ambizioso, ma mastodontico. E denuncia un’attitudine tutta cinese: quel gusto per l’ingegneria sociale, la capacità – o presunzione? – di modificare la realtà a colpi di pianificazioni strategiche. Ad annunciarlo è stato il premier Li Keqiang dopo un lungo faccia a faccia con il presidente Xi Jinping: i due uomini più potenti della Cina vogliono disegnare il volto che il gigante asiatico dovrà offrire al mondo a partire dal 2030. Nella nuova Cina il settanta per cento della popolazione vivrà in città.
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[Avvenire] – Il punto di equilibrio tra metropoli e campagne, un rapporto attraverso il quale è possibile rileggere tutta la travagliatissima storia cinese dell’ultimo secolo e mezzo, sarà raggiunto spostando dalle campagne oltre 250 milioni di persone.

Si tratta, per la dirigenza cinese, di consolidare un trend già in atto. Nel 2011 la popolazione cittadina ha infatti superato per la prima volta quella rurale.

Come riporta il sito AsiaSentinel, l’esodo ha raggiunto ritmi vertiginosi, registrando una crescita annua dello 0,64 per cento lungo l’arco temporale che va da 1978 al 1996, per poi impennarsi dell’1,39 per cento a partire dal 1996: nel 2012 la popolazione urbana era pari al 52,6 per cento del totale.

Peraltro il ritmo con cui viaggia l’urbanizzazione non è omogeneo in tutto il gigante. Ha un andamento a macchia di leopardo. Nelle province di Guangdong, Zhejiang e Liaoning circa il 60 per cento della popolazione si concentra nelle città. Nel Tibet, ad esempio, il tasso crolla al 26 per cento, nel Guizhou si attesta al 25 per cento.

Ma quale è la finalità del piano voluto dal duo Xi-Li? L’obiettivo è dare nuovo carburante all’economia. Perché se è vero che il Dragone è cresciuto a ritmi serrati nell’ultimo decennio, macinando record e primati, è anche vero che piccole, inquietanti, crepe si stanno aprendo nel modello cinese.

Non solo. Chi comanda a Pechino vuole cambiare la struttura stessa della seconda economia al mondo (dopo gli Usa): non più basata prevalentemente sulle esportazioni ma centrata sui consumi interni.

E i contadini, in questa visione, hanno un brutto difetto: consumano troppo poco. Di qui l’idea: trasformarli in cittadini. Mettendo in moto una macchina gigantesca fatta di nuove città, nuove costruzioni, nuovi stili di vita, nuove risorse da impiagare e  nuovi consumi.

L’obiettivo

Secondo poi un rapporto dell’agenzia ufficiale Xinhua, la rivoluzione centrerebbe pure un altro obiettivo: “La massiccia urbanizzazione aiuterebbe anche a risolvere i problemi legati all’agricoltura”.

Il piano di Pechino è di gonfiare non le grandissimi capitali, alcune al limite del collasso come l’inquinatissima Pechino, ma di espandere altri venti centri urbani.

Il partito promette di dare priorità agli investimenti in progetti come la riqualificazione delle bidonville, la costruzione di alloggi a prezzi accessibili, la creazione di una più efficiente rete di infrastrutture ferroviarie, la promozione del risparmio energetico.

Tutto così facile? Non proprio. Una simile gigantesca operazione preannuncia costi spaventosi, proibitivi. A partire dal conto economico. Secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali, la spesa totale ammonterebbe a 34 mila miliardi di yuan (5,59 mila miliardi di dollari), vale a dire una somma equivalente al 65,5 per cento dell’intero prodotto interno lordo.

E ancora. Un esercito di neo cittadini significa disegnare una nuova sanità, estendere il Welfare, mettere in piedi sistemi educativi, innervare le città con un sistema di trasporto adeguato.

Un mix di interventi, insomma, che consentano al delicato (e complicato) organismo urbano di reggere questo gigantesco urto. In molti dubitano, considerato che il Dragone è un mostro affamato di energia.

Pechino già oggi conosce il fenomeno delle città fantasma, le megalopoli che dovevano essere la geografia del nuovo eldorado cinese e che invece sono rimaste vuote e disabitate. Come scrive il New York Times, “l’urbanizzazione ha già profondamente alterato il volto della Cina”, realizzando uno dei cambiamenti più laceranti degli ultimi 35 anni.

Saprà il sistema accogliere la massa di nuovi residenti? O, invece, saranno destinati a essere cittadini di serie B, come accaduto per i contadini finiti nella trappola dello hukou, il sistema di registrazione familiare che la dirigenza pechinese ha promesso di riformare profondamente? Non si rischia insomma un nuovo, mastodontico, flop?

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