Una nuova scoperta mette in crisi la teoria sull’evoluzione umana

Che cosa è venuto prima: i nostri antenati bipedi o le ampie praterie generate dal regresso delle foreste pluviali?

Potrebbe sembrare una domanda oziosa, tipo quella del dilemma sul primato dell’uovo o della gallina.

In realtà, la risposta a questa domanda potrebbe radicalmente influenzare la riflessione sul processo che ha portato i primati arboricoli ad evolversi in primati bipedi.

La teoria più condivisa, elaborata nel 1925, presuppone che i nostri primi antenati abbiano sviluppato il bipedismo circa 6 milioni di anni fa, come risposta all’arretramento delle foreste pluviali nel nord-est dell’Africa e la comparsa delle grandi praterie.

Con la progressiva diminuzione di alberi disponibili per penzolare, i primati arboricoli cominciarono a camminare per andare in giro in cerca di cibo. Il ruolo che l’ambiente ha giocato nell’evoluzione degli ominidi è stato oggetto di oltre un secolo di dibattito.

Ma un nuovo studio, condotto da Sarah J. Feakins, assistente alla cattedra di Scienze della Terra presso l’USC Dornsife College of Letters, Arts and Sciences e autrice principale della ricerca pubblicata su Geology, potrebbe mettere fortemente in discussione la teoria del 1925.

Mentre il passaggio al bipedismo sembra essere avvenuto tra i 6 e i 4 milioni di anni fa, lo studio della Feakins suggerisce che la scomparsa delle grandi foreste pluviali africane sia avvenuta molto tempo prima, intorno ai 12 milioni di anni fa. Ciò significa che esiste un’incongruenza tra la datazione dei fossili ritrovati nelle praterie africane e quella dei reperti analizzati nello studio.

La ricerca combina l’analisi molecolare dei sentimenti formatisi dalle foglie delle piante e l’analisi dei pollini, riuscendo a fornire una notevole quantità di dati sul tipo di vegetazione che dominava il paesaggio della Rift Valley con un dettaglio mai raggiunto in precedenza, proprio lì dove furono rinvenuti i fossili dei primi ominidi.

“Si tratta della combinazione di vari elementi di prova, sia di tipo molecolare, sia di informazioni ottenute dall’analisi dei pollini, grazie ai quali siamo in grado di stabilire quando sono comparse le grandi praterie, tipo la Pianura del Serengeti”, spiega la dottoressa Feakins.

Mentre gli studi precedenti si basavano sull’analisi dei sedimenti raccolti in un singolo sito della Rift Valley, il lavoro della Feakins ha allargato lo sguardo sull’intera area sedimentaria del Golfo di Aden, consentendo una comparazione delle osservazioni.

Se i dati dello studio della dottoressa Sarah J. Feakins verranno confermati, i teorici dell’evoluzione degli ominidi saranno costretti a rivedere alcune delle fasi che hanno portato allo sviluppo dei nostri antenati bipedi, a partire dai primati arboricoli.

Nel dettaglio, bisognerà chiedersi quale elemento ambientale, se di tale si tratta, abbia potuto portare allo sviluppo del bipedismo, 6 milioni di anni dopo la scomparsa delle foreste pluviali.

Ma lo studio della Feakins, oltre a fornire agli scienziati informazioni preziose sull’ambiente di vita dei primi ominidi, offre un prezioso contributo alla comprensione del paesaggio nel quale pascolavano numerose specie erbivore, tra le quali cavalli, ippopotami e antilopi, nonchè come le specie vegetali abbiano reagito ai cambiamenti climatici regionali e globali.

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