Campi Flegrei: aumento dell’attività vulcanica. Osservatorio Vesuviano in allerta
Le reti di monitoraggio sui Campi Flegrei hanno registrato nell’ultimo periodo “variazioni significative dei parametri sismici, geochimici e di deformazione del suolo rispetto ai livelli ordinariamente registrati”. Lo ha riferito il direttore dell’Osservatorio Vesuviano Marcello Martini nel corso di un incontro con il capo della Protezione Civile Gabrielli, i sindaci della zona, i rappresentanti della prefettura. Al momento “non si prevedono situazioni di criticità a breve termine”.

I Campi Flegrei sono una vasta area di natura vulcanica situata a nord-ovest della città di Napoli.  Nella zona sono tuttora riconoscibili almeno ventiquattro tra crateri ed edifici vulcanici, alcuni dei quali presentano manifestazioni gassose effusive (area della Solfatara) o idrotermali (ad Agnano, Pozzuoli, Lucrino).

Nonostante l’aumento dell’attività del vulcano, la Protezione Civile ha sottolineato che “le ipotesi interpretative dei fenomeni in corso non evidenziano, al momento, variazioni tali da far presupporre situazioni di criticità a breve termine”.

Entro fine mese, inoltre, il gruppo di lavoro istituito nel 2009, presenterà al Dipartimento il documento scientifico che si prefigge di mettere a disposizione i possibili scenari pre-eruttivi ed eruttivi ai Campi Flegrei.

Sulla base di quel documento il Dipartimento e i soggetti coinvolti aggiorneranno i piani di emergenza. Il Dipartimento ha inoltre convocato la Commissione Grandi Rischi, chiedendo ai componenti di valutare i dati provenienti dalle reti di monitoraggio, informerà le strutture operative, intensificherà ulteriormente il rapporto con l’Osservatorio per avere costanti aggiornamenti sullo stato di attività del vulcano, svolgerà attività di sostegno per le strutture territoriali di protezione civile, laddove necessario.

Dal canto suo la Regione provvederà invece alla verifica degli edifici strategici, alla raccolta degli elementi conoscitivi del territorio, con particolare riferimento alla viabilità di esodo principale in coordinamento con la Provincia di Napoli, nonchè all’aggiornamento del modello di intervento regionale.

Alla prefettura spetterà garantire il necessario sostegno ai sindaci nelle attività di informazione alla popolazione; la Provincia dovrà valutare lo stato delle strade di propria competenza, degli edifici scolastici, dei centri operativi e di coordinamento, delle aree di ammassamento dei soccorritori e delle eventuali risorse.

I Comuni, infine, censiranno la popolazione presente sui propri territori e le strutture sanitarie, verificheranno e aggiorneranno i piani di emergenza con particolare riferimento alla viabilità, alle aree di accoglienza, agli edifici strategici; fondamentale sarà l’attività costante di informazione alla popolazione.

Infine, per i comuni dell’area flegrea è previsto l’avvio del progetto di formazione sul rischio vulcanico per il personale delle amministrazioni e delle strutture di protezione civile, un’iniziativa fortemente voluta dal Dipartimento, dalla Regione e dall’Osservatorio Vesuviano. [Fonte].

E se eruttassero come 40 mila anni fa?

Il Vesuvio fa paura, tanta paura. Se dovesse risvegliarsi potrebbe causare la morte di centinaia di migliaia di persone e danni che metterebbero in ginocchio l’Italia.

Ma la sua eruzione è nulla rispetto a quella che potrebbe originare il vulcano che sta sotto i Campi Flegrei, se mai si risvegliasse come fece 40 mila anni fa.

Una recente ricerca, infatti, pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Geophysical Research Letters, ha messo in luce che la super-eruzione della caldera dei Campi Flegrei avvenuta circa 40 mila anni fa, fu così violenta da aver giocato un ruolo importante nei processi demografici delle popolazioni paleolitiche delle regioni centrali e orientali del Mediterraneo, che potevano comprendere sia i Neanderthal che i primi sapiens moderni da poco arrivati dal continente africano.

Queste regioni sono state coperte da ceneri vulcaniche che nell’insieme sono note come Ignimbrite Campana. La ricerca, che si è basata su modelli matematici sostiene che questa eruzione potrebbe essere stata ancora più grande di quanto stimato in precedenza.

Utilizzando misurazioni dello spessore di cenere raccolta in 115 luoghi diversi e un modello tridimensionale della dispersione delle ceneri, gli autori hanno stimato che la super-eruzione avrebbe disperso 250-300 km cubici di cenere su una regione ampia 3,7 milioni di km quadrati, che rappresenta da 2 a 3 volte il volume di cenere precedentemente stimato.

Si tenga conto che il Tambora che esplose nel 1815, la cui eruzione raffreddò il pianeta al punto che il 1816 venne chiamato l’anno senza estate eruttò 100 km3 di materiali. Il Vesuvio, nella famosa eruzione del 79 dopo Cristo, non eruttò più di 10 km3 di materiale. I valori aggiornati per i Campi Flegrei derivano da un nuovo modello che tiene conto della distribuzione dei venti durante l’eruzione.

La temperatura del pianeta diminuì di 2°C

Tradizionalmente, i modelli assumono un vento costante per tutta la durata di un’eruzione, tuttavia, gli autori hanno considerato tutti i venti misurati negli ultimi 15 anni, utilizzando la distribuzione dei venti recente che meglio si adatta ai depositi di ceneri misurate. Sulla base delle loro stime aggiornate, gli autori hanno calcolato che sarebbero stati distribuiti in atmosfera fino a 450 milioni di chilogrammi di anidride solforosa, riducendo la temperatura di circa 1-2 °C per 2-3 anni.

Inoltre le emissioni di anidride solforosa e cloruro di zolfo avrebbero innescato piogge acide e la cenere carica di fluoro sarebbe entrata nel ciclo vegetale inducendo effetti potenzialmente associati alla fluorosi, con danni a occhi, denti e organi interni, negli animali e nell’uomo. Solo un commento: per fortuna oggi la grande caldera non dà segni di una prossima eruzione.

La ricerca è firmata dai ricercatori Antonio Costa, Roberto Isaia e Giovanni Macedonio dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Napoli, Biagio Giaccio dell’Istituto di Geologia Ambientale e Geoingegneria del CNR di Roma, Arnau Folch del Barcelona Supercomputing Center (SP) e Victoria Smith dell’Università di Oxford (UK).

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